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Amante dell’arte a 360 gradi, sul suo sito si legge che non invecchia chi continua ad interessarsi dei giovani, chi offre qualcosa di più che una fetta del proprio tempo, in modo che il tempo a disposizione, piccolo o grande che sia, si trasformi in spazio e, da spazio, in un possibile incontro. Era il 2013, quando Mia Sposa Magazine ospitava sulle proprie pagine Gualtiero Marchesi, il maestro degli chef per eccellenza di cui proponiamo un’intervista d’archivio. Ed oggi lo si ricorda ancora così, con quell’umiltà buona di cui i grandi insegnanti non possono fare a meno.

Tanto che di sè a sentirsi chiamare Maestro diceva: “Se ti apostrofano, chiamandoti Maestro, non c’è da gongolare troppo, semmai da stringere i denti e sentirti, nuovamente e a qualsiasi età, il primo degli scolari”. Il ritratto, insomma, di una persona amante della vita che ad ogni passo, ad ogni risposta divertiva, regalando spunti di riflessione.

Qual è, secondo lei, il collegamento tra arte e cucina?

Quando e se la cucina si fa arte, trasformando il proprio linguaggio in un linguaggio universale.

Come si pone nei confronti dei format televisivi dedicati alla cucina?

Ad essere sinceri, potremmo definirli dei passatempi. Ecco, servono benissimo lo scopo di far passare il tempo alle persone.

Lei è sempre stato attento a tutti i particolari, dalla presentazione dei cibi alla preparazione dei tavoli, senza mai trascurare la qualità. Secondo lei queste attenzioni possono essere applicate anche agli eventi come i matrimoni?

Certo, imbandire la tavola è importante in qualsiasi occasione, figuriamoci per un matrimonio. Ho sempre fatti banchetti ma la mia vera passione si concentra sul piatto, sul momento, nel rapporto rispettoso e fraterno con l’ospite.

Che consiglio si sente di dare alle coppie che devono scegliere il menù per il proprio matrimonio?

Di non pensare agli invitati ma di fare, veramente, ciò che si sente e si desidera. L’unione tra due sposi inizia anche da lì.

Le ama l’arte: se non fosse diventato Il Maestro degli chef a quale arte avrebbe dedicato la sua vita?

Alla musica. Ho studiato pianoforte per tre anni con mia moglie. Ma forse, dovendo scegliere, avrei suonato il violoncello, paragonabile ad una voce di baritono, profonda, forte e al tempo stesso struggente. Il violino no, troppo acrobatico come strumento.

Cosa si sente di dire ai giovani che vogliono seguire le sue orme?

Quello che diceva Gramsci, studiate perchè avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.

C’è una frase che, secondo lei esprime a pieno il senso della bellezza della vita?

Più che una frase, un gesto: sorridere.

 

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